Khayma*


Può un’istallazione restituire una dimensione esistenziale? Ma soprattutto, può consentirne l’esperibilità da parte del fruitore?

Se per istallazione intendiamo innanzitutto uno spazio-esperienza soggettivo e simbolico equivalente al contesto reale plurimo in cui ogni essere vivente è naturalmente immerso e non soltanto un prodotto artistico ‘sensazionale’, allora essa potrà essere eletta a modalità artistico-espressiva consona alla restituzione di esperienze cognitive e percettive di natura sistemica complessa.

La tecnologia, infatti, oggi più che in passato, permette di tradurre i concetti più astratti in forme ed immagini concrete, dal momento che è proprio nell’ambito dell’astrazione pura che essa produce i frutti più mirabili, convertendo nella poesia dei pixel il pensiero umano e le emozioni. Rispetto a ciò, allora, come intendere “Khayma” di Sara Sigona?

Sicuramente come una costruzione cognitiva e sensoriale di fibre naturali e digitali che sintetizzano l’antitesi archetipica del movimento e della stasi del corpo inteso come membrana osmotica complessa. Da qui lo specimen della tenda nomade, Khayma appunto, che per statuto antropologico è un sistema infinito di relazioni e il modulo costruttivo più emblematico dell’erranza. 

Al fruitore di Khayma, pertanto, viene proposta l’esperienza simbolica dell’ essere casa  costruibile sopra un suolo franante, del movimento dentro l’apparente immobilismo, della sopravvivenza a contatto con l’annichilimento, della conoscenza di sé ben oltre il nulla assorbente. 

L’osservatore esterno di bianche velature in mussola leggera increspate dagli echi sonori dei canti berberi innalzati intorno al fuoco, procedendo sempre più all’interno dell’istallazione è chiamato a trasformarsi in pellegrino di soglie, di confini plurimi che per l’ appunto procedono dall’esterno verso l’interno e viceversa in maniera assolutamente reciproca. Dopo essersi confrontato, quindi, al livello più esterno con lo spazio generico ed eterogeneo dal quale egli proviene e che gravita intorno a Khayma in modo impercettibile con le tre vele trapezoidali cascanti dall’alto in basso come una frontiera percepibile ma non definibile, egli viene sospinto ancora più all’interno, verso il superamento di numerose impalpabili soglie concentriche create dai rimandi della medesima immagine fotografica proiettata sulle vele da angolazioni diverse. Approssimandosi al centro, al focus vero e proprio dell’unità abitativa fisica e psicologica, dove è alloggiato un forno cretaceo a forma di cuna capovolta, il movimento dei suoi piedi rallenta, fino alla stasi totale: le soglie ora risultano sovrapposte le une alle altre e lo spazio vitale diventa asfittico se egli non si abbandona con la mente e le emozioni alla nenia dei suoni ancestrali in sottofondo e all’ondulazione delle immagini sulle velature. A questo stadio, come un derviscio danzante, sente il proprio corpo diventare esso stesso Khayma, cioè stratificazione di soglie effimere che acquistano peso, che acquistano senso, in una restituzione plurima.


* presentazione critica a cura della professoressa Lucia Trombadore                                                                             << back